mercoledì 15 maggio 2013

Il magico mondo degli interregionali giapponesi dipinti


 

Bisogna dargliene atto: saranno pure dei maniaci ossessionati per la vivacità, incapaci di mettere su un sistema di relazioni sociali degno di questo nome e con l'acceleratore pigiato verso l'autodistruzione, ma i giapponesi sono un popolo meraviglioso. Perché anche nelle robe che per definizione dovrebbero essere più grigie, tristi, sporche, sanno tirarci dentro un po' di magia. Così, dopo i camion con le luminarie di Natale anche a giugno e, in attesa di andare a indagare il mondo perverso dei tizi che comprano una Ferrari per poi deturparla con le decalcomanie delle protagoniste dei manga, è giunto il momento di andare a conoscere da vicino lo splendore policromo dei Deko Train nipponici.












Perché nel sud dell'Europa e del mondo fare un giro su un treno per pendolari o su un vagone della metro vuol dire scegliersi il sedile meno prossimo allo stadio infettivo grave (ma tanto sui treni per pendolari posti non ce ne sono mai), sentire quel piacevole senso di appiccicaticcio sul ferro delle maniglie, apprezzare odori antichi, evitare sputi e altri residui organici di natura non ben identificata lasciati lì per i posteri, sperare che la propria carrozza non sia quella estratta a sorte per l'invasione settimanale di zecche, pidocchi, gremlins...
In Giappone, invece, non solo i treni sono pulitissimi e puntualissimi, ma girano a scopo promozionale con meravigliosi dipinti.
La metropolitana è sicuramente uno dei mezzi più usati per muoversi tra le varie prefetture che compongono l'immensa Tokyo.
Usata spesso come ambientazione anche negli anime (uno su tutti, Evangelion), la metropolitana nipponica è molto spesso affollata di gente che torna da lavoro o da scuola. Si può facilmente dedurre che l’atmosfera anche da loro non sia tra le più allegre e per alleggerire il peso della monotonia urbana e renderla più vivace, molte aziende, o semplici writers d’ogni genere e gusto artistico, si sono dati da fare ed hanno colorato i tantissimi vagoni delle metropolitane giapponesi.
















Si può vedere di tutto: da Spiderman a Doraemon, dai Pokemon a Galaxy Express 999, One Piece, Neko-musume e tanti altri fino ad arrivare a creazioni post-moderne, come nel 2006 a Osaka, c'erano vagoni della metro tutti dipinti di nero e di azzurro, dentro e fuori, in omaggio alla squadra dei Gamba Osaka.
I treni delle metropolitane nipponiche da un grigio spento ora sono un trionfo di colori, arte e fantasia. Anche da noi, qui in Italia, zone comunali stanno per essere variopinte da nostri writers nostrani ma, a mio giudizio, manca ancora quel tocco mangaka che mi farebbe davvero apprezzare il lavoro.


Ci sono centinaia di storie sulla puntualità, la velocità o la pulizia dei treni giapponesi. Tuttavia, cosa rende i treni giapponesi così diversi dai nostri? Naturalmente non esiste una risposta semplice, ma chiunque abbia provato i treni giapponesi ha una storia da raccontare.

Carmy-chan

lunedì 13 maggio 2013

Il dolore secondo Murakami-sensei


Oggi, lettori miei, potrebbe uscirne un articolo serio perché l’argomento che voglio trattare richiede la massima serietà. Ok, vi do il tempo di rialzarvi e rimettervi  seduti sulla sedia da cui sarete sicuramente caduti dopo questa mia affermazione e vi introduco l’argomento di oggi. E’ mia intenzione parlare oggi del dolore, di come in generale i giapponesi lo affrontino e di come è trattato nelle pagine di uno degli scrittori più amati dai giapponesi, Haruki Murakami.
Ovviamente il mio sarà un discorso di carattere generale e per forza di cose superficiale come tutti i discorsi fatti su un intero popolo senza tener conto degli individui singoli. Quando si fanno generalizzazioni inevitabilmente si trascurano delle cose ma purtroppo senza generalizzazioni in questo mondo non si potrebbe parlare di niente perché diventerebbe tutto estremamente complicato e impossibile da trattare. Fatta questa premessa direi che è possibile iniziare.
Fondamentalmente i giapponesi di fronte a qualsiasi dolore cercano, più di molti altri popoli, di mostrarsi forti. Fanno della dignità e della compostezza virtù imprescindibili. Ciò è determinato dalla loro cultura sempre tesa a perseguire il bene comune. Ciascuno ha paura col proprio dolore di affardellare l’altro. Il dolore dell’altro merita rispetto quanto e più del nostro. Spesso questo atteggiamento potrebbe far pensare (del tutto erroneamente) che essi siano insensibili o freddi. Niente di più sbagliato. I giapponesi soffrono come qualsiasi altro popolo. Il dolore è universale e chi si mostra forte merita più compassione di chi urla a squarciagola e si strappa i capelli. Questo atteggiamento di fronte al dolore è determinato da una consapevolezza che da sempre accompagna i giapponesi più di ogni altro popolo: la coscienza della precarietà dell’esistenza umana, del transitorio (il cosiddetto “mondo che fluttua”). Quella che gli altri potrebbero concepire come rassegnazione di fronte al dolore non è altro che la profonda consapevolezza che niente è eterno, che niente è stabile, che tutto passa. Quante volte in un film di Ozu (uno dei massimi registi giapponesi su cui la nostra Rosa-chan ha scritto un mirabile articolo) si è visto chiaramente questo atteggiamento. Pensiamo ad esempio alla nonnina, in Viaggio a Tokyo  che guarda il nipote e si chiede  se lo vedrà crescere. 
La cosa che personalmente mi ha fatto piangere a fontana è il fatto che di fronte a un pensiero così triste la nonnina mostra un sorriso coraggioso che  vale da solo un intero discorso: "Vorrei essere lì con te quando sarai cresciuto, vederti innamorato, sposato, realizzato. Ma forse io non ci sarò più. Ne sono cosciente. E allora dovrai essere felice anche senza di me". E’ una sensibilità quella nipponica fatta di sguardi, sorrisi nascosti, parole non dette, facilmente fraintendibile. E io ne sono realmente affascinata, dico sul serio, ma credo, sulla concezione del dolore, di essere nonostante tutto irrimediabilmente “occidentale”. Tenterò di spiegare il mio punto di vista, come da me anticipato, attraverso le parole di Haruki Murakami, attualmente il mio scrittore preferito. Io penso che (fatta eccezione per alcuni contesti e situazioni) sia fondamentalmente sbagliato  voler trattenere le proprie emozioni e  mostrarsi forte ad ogni costo. Sia sbagliato per sé e per gli altri, in particolare per quelli che ci vogliono bene. Sia sbagliato perché non siamo macchine ma esseri umani fatti di carne e sangue e perché il mostrarsi sempre forte ci porta inevitabilmente a pretendere lo stesso atteggiamento dagli altri, a diventare insensibili nei confronti degli altri. Continuamente tesi a frustrare le nostre emozioni iniziamo a provare invidia per chi invece le lascia fluire liberamente. E’ quello che succede ad esempio a una delle protagoniste di “La ragazza dello Sputnik” di Murakami che dice: 

"Il fatto di rafforzarsi in sé non è una cattiva cosa, naturalmente. Ma a pensarci adesso, ero così abituata al fatto di essere forte che non tentavo di capire le persone più deboli. Troppo abituata a essere sana, non cercavo di comprendere i mali degli altri. Quando vedevo persone che, in seguito a certi problemi, entravano in crisi e non riuscivano a reagire, pensavo che non si sforzassero abbastanza. Le persone che si lamentavano spesso, le consideravo semplicemente pigre. In quegli anni la mia visione della vita era solida e pratica ma mancava di apertura e di calore."

Murakami ci fa capire i pericoli e le conseguenze determinati da una costrizione all’aridità emotiva auto-imposta. Ci invita ad accettarci per quello che siamo, esseri umani con debolezze. Perché essere forti vuol dire accettare di essere fragili. Sembra un paradosso ma è quel che sembra volerci dire Murakami. Si pensi ad esempio a “il sorcio”, uno dei protagonisti di “nel segno della pecora”. Quest’ultimo scappa, si allontana dai suoi amici e dalle persone più care perché ha paura di mostrare la sua debolezza umana. Alla fine di un lungo viaggio però, quando gli è concessa finalmente la possibilità di liberarsi di questa debolezza umana (a costo di eliminare tutti i suoi ricordi) a favore di una perfezione “non umana” lui sceglie la propria debolezza di essere umano rispondendo all’amico che gli aveva chiesto il perché di questa scelta così : 

"Preferivo la mia debolezza. La mia tristezza e la mia capacità di soffrire. La luce dell'estate,l'odore del vento,il verso delle cicale. Sono queste le cose che mi piacciono,non ci posso fare niente".

In definitiva non c’è un modo giusto o sbagliato di affrontare il dolore. E’ qualcosa di così intimo e personale che è impensabile fornire dei modelli di comportamento validi per tutte le persone. Noi tutti dobbiamo trovare il nostro personale equilibrio ricordandoci di rispettare, nei limiti del possibile, il dolore nostro e degli altri. E ora metto fine al vostro “dolore” per aver letto fino alla fine e vi saluto! Alla prossima!
                                                                                                    Anto-chan

Maschi vs femmine? W i bambini!!!

Cari lettori, sono Piera-chan e questa volta vi vorrei proporre alcune tradizioni che riguardano i piccoli giapponesini: la festa dedicata ai bambini.
In realtà esistono ben 2 feste: Koinobori (festa dei bambini) e Hinamatsuri (festa delle bambine).
Il terzo giorno del terzo mese (in poche parole il 3 marzo!) si festeggiano le bambine per pregare affinché abbiano una buona crescita e tanta felicità.
In questa occasione i nonni e i genitori regalano un set di bambole chiamate Hinaningyo, allestite su cinque o sette piani (hinadan) coperti da un tappetino rosso chiamato Mousen, rappresentanti la corte imperiale con vestiti del periodo Heian.

In cima ci sono l’imperatore “Dairi” e l’imperatrice “Hina“. Al piano sottostante le tre donne della corte (sannin-kanjyo) seguite da cinque musicisti (gonin-bayashi) con strumenti antichi.
Due ministri di corte (Udaijin e Sadaijin) sono situati nel piano di sotto. Quello alla destra, Sadaijin (sinistra vedendo dalla parte dell’imperatore) è più anziano in quanto la sinistra veniva considerata superiore dalla corte imperiale. Sadaijin viene raffigurato con una lunga barba. Infine vediamo i tre servi “Shi-Cho” situati sul piano più basso. Ai lati vengono messe delle piante ornamentali: sulla sinistra l' “Ukon-no-Tachibana” (un alberello di mandaranci) mentre sulla destra il “Sakon-no-Sakura” (albero di ciliegio).
E come qualsiasi festa che si rispetti, anche qui si mangia! Si beve amazake, un tipo di sakè dolce e si mangiano gli Hishimochi.
Si tratta di dolci costituiti da tre strati di mochi di tre colori diversi: verde, bianco e rosa. Il colore rosa richiama i fiori di pesco (anche se per altri rappresenterebbe l’allontanamento dei cattivi spiriti, quello bianco indica la purezza e la neve e il verde simboleggia una buona e sana crescita. La superstizione dice che se le bambole non vengono messe da parte subito dopo il 3 marzo, la bambina si sposerà tardi.
Vi propongo inoltre il testo e il video della canzoncina "Ureshii Himamatsuri" (= felice Himamatsuri) che le bimbe sono solite intonare in questa giornata.
Akari o tsukemashou bonbori niOhana o agemashou momo no hana
Go-nin bayashi no fue taiko
Kyo wa tanoshii Hinamatsuri


Traduzione

Accendiamo le lanterne
Sistemiamo i fiori di pesco
I cinque musicisti di corte stanno suonando flauti e tamburi
Oggi è il gioioso Festival delle Bambole!


Adesso passiamo ai bambini... il quinto giorno del quinto mese (5 maggio!) si festeggia il Koinobori.
Tradizionalmente ogni famiglia con uno o più figli maschi segnala la propria ricchezza facendo volare al vento delle enormi carpe colorate di stoffa o carta (koi) che ondeggiano come se nuotassero nell'aria. Ogni figlio, una carpa! Al maggiore spetta la più grande e via di seguito per gli altri.
Purtroppo questa tradizione tocca ancora solo le cittadine più piccole, dove gli edifici sono bassi e le carpe non interferiscono con i pali per l'elettricità.
Le carpe in Giappone sono animali molto virtuosi: sono capaci di risalire i torrenti e addirittura le cascate quindi sono il simbolo del coraggio e dell'energia.
Inoltre, come per l'Hinamatsuri, si allestisce una piccola struttura: una scalinata di 5 piani, rivestita da un telo verde, su cui vengono esposti articoli militari in miniatura: un'armatura, archi, frecce, elmi...insomma tutto l'armamentario del samurai! 

E per concludere, all'ingresso della stanza viene appesa una grande sfera chiamata “kusudama”, ovvero una raffigurazione del sole, formata da variopinti origami floreali di carta, decorato all’estremità da un ciuffo formato con cinque fili colorati: bianco, giallo, blu (o verde), rosso, viola (o nero) che simboleggiano la protezione contro le malattie e il legame dell’anima del ragazzo con questa vita.
Anche in questo caso vi propongo la canzoncina

Yane yori takai koi-nobori
Ōki na magoi wa o-tō-san
Chiisa na higoi wa kodomo-tachi
Omoshirosō ni oyoideru 

Traduzione:
Più alti dei tetti ci sono i koinobori
La grande carpa nera è il padre
Le piccole carpe dorate sono i bambini
Sembra che si divertano a nuotare






Adesso penserete che esista una guerriglia, della serie “maschi vs femmine”. Assolutamente no!
È bello vedere come la società giapponese dia così tanta importanza ai bambini: bisogna sempre credere nel futuro e solo se si possono offrire dei ricordi felici nell'infanzia, si riusciranno a formare adulti creativi e più ottimisti. Un ottimo messaggio di speranza da seguire in tutto il mondo...quindi W i bambini! Le due feste sono cho kawaii!

Piera-chan

sabato 11 maggio 2013

Guida al cinema d'autore giapponese


Cari lettori,

frequentando una facoltà che tratta  di  comunicazione (Editoria e Pubblicistica presso l’Università degli Studi di Salerno) ho l’onore e il piacere di studiare materie come Storia del Cinema e il manuale di quest’esame (Introduzione alla Storia del Cinema, a cura di P. Bertetto ), ha un intero capitolo dedicato al cinema d’autore giapponese, così ho deciso di scriverne un articolo per il blog visto che è un argomento assai affascinante e per certi versi poco conosciuto al grande pubblico.
L’ industria cinematografica giapponese, sviluppatasi nel secondo dopoguerra, a modello dell’industria hollywoodiana, ha saputo creare dei veri e propri generi e così, per facilità di classificazione ve li elenchiamo:

 lo Jidaigeki, genere di film ambientato nel passato. Un suo sottogenere caratteristico è considerato lo jidaigechi chanbara, ovvero film sui samurai pieni di scene d’azione, di duelli e di spade.

Lo Gedaigeki, genere di film ambientato nell’epoca contemporanea. Gli  shomingeki (lett. drammi della gente comune),dedicati alla piccola borghesia, alle cose di tutti i giorni e alla vita familiare, sono un suo sottogenere.

Il cinema d’autore giapponese, primo fra le cinematografie non occidentali, ha così saputo imporre una propria estetica grazie ad autori come Kurosawa, Ozu e Mizoguchi, considerati veri e propri maestri, che a loro volta, hanno ispirato il cinema occidentale e la nouvelle vague in particolare.
Su questi grandi  maestri mi soffermerò indicandone i film culto che hanno lasciato una forte impronta nella storia del cinema.
Iniziamo da Yasujiro Ozu, nato a Tokyo nel 1903, all’età di vent’anni entra negli studi della Shochiku, una delle prime casa di produzione giapponese a cui il regista rimarrà  fedele per la vita. Ozu, ad eccezione del primo film girerà sempre shomingeki e proprio uno shomingeki  è considerato il suo film capolavoro: Viaggio a Tokyo (1953). Il film tratta di un viaggio intrapeso da due genitori che vanno a trovare i loro figli nella grande città ma proprio i figli, ormai cresciuti e a loro volta genitori, presi dalle preoccupazioni quotidiane, segnano il definitivo distacco con i genitori. Il nucleo centrale del film è il dramma della separazione vista come qualcosa di ineluttabile della condizione umana, della mutevolezza dei sentimenti, di come niente rimane com’è ma bensì  fluisce ( o meglio scorre come scorre il tempo). Dal punto di vista estetico il regista ricorre a delle costruzioni stilistiche come le pose parallele dei due coniugi anziani per simboleggiare l’armonia che vige tra di loro o di come rende lo scorrere del tempo fino a conferirgli un carattere astratto grazie all’aiuto dei suoni come il ticchettio dell’orologio, il battere del martello, il frinire delle cicale, il motore di un battello, lo sferragliare del treno (tutti  con una precisa scansione ritmica).

 
Altro grande maestro del cinema giapponese è sicuramente  Kenji Mizoguchi, nato a Tokyo nel 1898, che con la sua vastissima produzione ha spaziato sia nell’ambito dei gendaigeki che nei jidaigeki. Il suo marchio di fabbrica, considerato il tratto di modernità per eccellenza dal pubblico della nouvelle vague, è il piano sequenza, ovvero un’inquadratura così lunga da svolgere il ruolo di un’intera scena. Altra peculiarità del regista è la rappresentazione del mondo femminile, trattato come vero e proprio oggetto di culto e di ammirazione. Tre sono i modelli di donna che il regista rappresenta: la ribelle (che di solito reagisce al sopruso di cui è vittima), la principessa ( l’aristocratica che rimane, nonostante le difficoltà, di animo puro e incontaminato) e la sacerdotessa (la donna che si sacrifica per amore fino ad annullarsi ). Il suo film capolavoro, che gli ha permesso di raggiungere la visibilità e il prestigio internazionale, è  I racconti della luna pallida d’agosto (1953), film in costume ambientato nel XVI  sec. (quindi un jidaigeki). La storia ruota intorno a Genjurò, un artigiano vasaio, che abbandona la moglie, Miyagi, perché ammaliato da un’affascinante aristocratica, Wasaka, che in realtà si rivelerà essere un fantasma. Scoperta la verità, Genjurò ritorna dalla moglie ma scopre che anch’essa è divenuta un fantasma ,uccisa da dei mercenari. Miyagi tuttavia  rimarrà a fianco del marito per sempre mentre lui riprenderà la sua attività lavorativa. Il film è innanzitutto un tributo all’Arte: Genjurò ,dapprima, è spinto solo dal desiderio del facile guadagno, poi da Wasaka  diviene l’artista chiuso nella propria torre d’avorio e infine, sotto la guida di Miyagi, scopre  l’arte come espressione del proprio vissuto.

Ultimo (ma non ultimo in ordine di importanza) grande maestro è Akira Kurosawa, nato a Tokyo nel 1910, che spazia (come Mizoguchi) tra jidaigeki e gendaigeki e che racconta storie di uomini in caparbia lotta contro i mali  e le ingiustizie della società. I suoi eroi sono positivi ma complessi, perché spinti da una forza quasi irrazionale che in alcuni frangenti si manifesta in atteggiamenti oscuri e ambigui. Kurosawa si differenzia, oltretutto, grazie ad uno stile spettacolare e a un ritmo più sostenuto, espressione dell’influenza del cinema occidentale ma allo stesso tempo  conserva anche influenze tipiche del teatro tradizionale giapponese : dal Nò riprende gli effetti di sacralizzazione, stilizzazione e narrazione ellittica mentre dal Kabuki riprende i toni ironici e gli effetti comico-burleschi. Nel 1951 presenta  al Festival del cinema di Venezia  Rashomon, film tratto da due racconti di Akutagawa, che racconta la storia della violenza  perpetuata da un bandito nei confronti di una donna in viaggio con il suo uomo, un nobile samurai. La caratteristica del film è che gli episodi chiave come quello dello stupro o quello della morte del samurai, sono rappresentati più volte attraverso il racconto dei personaggi che hanno assistito o preso parte alla scena. Le diverse versioni sono contrastanti tra loro e il film non offre alcuna soluzione agli enigmi posti, dimostrando che, come ogni individuo cerchi sempre di dare l’immagine della realtà che più gli conviene, non c’è possibilità di cogliere la verità dei fatti. Dal punto di vista estetico il film è caratterizzato dall’uso congiunto di profondità di campo (ovvero l’inquadratura mette a fuoco tutto ciò che è in scena) e di montaggio.
 
Mi scuso per la vastità del post ma l’argomento è ampio e complesso, spero solo di aver reso in maniera adatta tutto il fascino del cinema giapponese.

Rosa-chan

mercoledì 8 maggio 2013

Gothic Lolita: Storia, forme e linguaggi di una moda giapponese



Un'anima ribelle sotto i merletti...“enigmatiche, affascinanti, ingenue o ribelli”. 
In occidente sembra facile etichettare le gothic lolita -ragazze che tentano di rievocare l'epoca vittoriana (1837-1901) soprattutto (ma non solo) attraverso l'abbigliamento -, eppure ogni particolare del loro aspetto fisico, dalla veletta all'ombrellino lezioso, cela un messaggio che fatichiamo a comprendere o anche solo a recepire. Gothic Lolita ripercorre in modo articolato le origini di questo trend (divenuto anche way of life). Scopriamo così che l'assorbimento del patrimonio inglese del tardo Ottocento non avviene nel Sol levante in modo passivo e automatico, bensì attraverso un processo di contaminazione e rielaborazione.
Il Gothic Lolita nasce in Giappone intorno alla fine degli anni novanta e il primo ad utilizzare il termine Gothic per indicare questo stile di vita della moda lolita fu il famoso chitarrista Mana, che nel 1999 fece del suo marchio Moi-meme-Moitié il primo brand ufficiale del Gothic Lolita. La moda Gothic Lolita divenne sempre più famosa nel resto del mondo dagli anni duemila grazie alla pubblicazione della prima rivista specializzata, la Gothic & Lolita Bible, e all'abbigliamento tenuto sempre dallo stesso Mana nei concerti. Successivamente il gothic lolita fu prodotto anche da altri marchi.
Lo stile Gothic Lolita, in contrasto con gli altri stili Lolita, è caratterizzato da un trucco solitamente scuro, dark, utilizzato in modo leggero. Gli occhi sono o molto definiti, con dell'eyeliner e del khol, o molto sfumati, con dell'ombretto, di norma nero o di colori scuri; il rossetto è generalmente rosso scuro o vivo. Il trucco risulta meno pesante di quello usato dalla moda gothic.
Nei vestiti, notevole l'uso del colore nero abbinato, a seconda dei capi, dal colore bianco, blu, rosso, viola, con merletti, ricami e fiocchi di questi colori e con calze, calzini sopra il ginocchio o collant bianchi o neri.
Alcuni degli elementi più caratteristici dello stile sono i capelli usati, come i mini cilindri, le mini corone e gli accessori ispirati all'epoca vittoriana come parasole e talvolta anche delle cuffie da neonato. Sono molto usate le fasce per i capelli, con decorazioni quali fiocchi, fiori e lacci. Altri accessori sono borse o borsette, talvolta a forma di pipistrello, bara, crocifisso così come orologi da tasca o orsacchiotti e pelouche.
Il look lolita ha iniziato a distinguersi principalmente per la sua attenzione ai materiali e alla manifattura dei vestiti. La silhouette classica prevede una gonna lunga fino al ginocchio con una forma a campana data da varie sottovesti, ma si è evoluta fino a comprendere gonne lunghe fino alla caviglia o corsetti.
Le ragazze nipponiche, inoltre, incarnano perfettamente il cosiddetto modello del moratorium ningen, vivono cioè rimandando di continuo l'ingresso nella temuta (e un poco disprezzata) età adulta. Questo tentativo di posticipare la piena maturità si manifesta anche attraverso l'amore verso il kawaii (il carino infantile), che tra il 1960 e il 1970 ha appunto contribuito a dar vita al gothic lolita. Questo stile, dunque, cela un complesso discorso sociologico che attraversa gli ultimi cinquant'anni e si esprime tanto attraverso la moda quanto molteplici forme artistiche, come il cinema (Kamikaze girls), i manga (NANA, Lady Oscar, X-day...), e la musica (visual kei, Malice Mizer, Moi dix Moi...).
Dietro merletti e balze, insomma le gothic lolita nascondono un'identità dalle forti radici e, soprattutto, un'anima: un'anima che cerca di contrastare la realtà con un pizzico di candore, di dolcezza e, forse, persino di sana follia.

Oh dio-chan, questo vestito fatto a forma di torta rosa con fiocchi fuxia a forma di torta e cappello di torta lilla è così...così...KAWAII!”
Una Gothic Lolita su vestiti di alta classe.
Carmy-chan

sabato 4 maggio 2013

Manga: guida per principianti


                                                            
Cari lettori,
in qualità di neofita del mondo giapponese, cercherò di parlare in maniera piuttosto semplice di un argomento che mi affascina molto e che penso affascini i nippofili di tutto il  mondo : i manga.

 Manga (in giapponese 漫画, ) è una  parola che in Giappone sta ad indicare generalmente i fumetti, mentre  da noi in Occidente con il termine manga ci si riferisce   ai soli  fumetti giapponesi.  Per collegarmi al mio precedente articolo (http://sakuragirlslovejapan.blogspot.it/2013/04/ukiyo-e-immagini-dal-mondo-fluttuante.html ), l’ inventore e il padre putativo dei manga è sicuramente considerato Hokusai, che  nel 1814 pubblicò una serie di tavole dal titolo Hokusai manga.


 

Caratteristiche tipiche del manga sono: la lettura al contrario, ovvero si legge dall’ultima alla prima pagina, secondo l’uso orientale, con rilegatura a destra del lettore e le pagine libere sulla sinistra. Generalmente si sviluppa su 6-8 quadrati in una pagina formato B4 o A4, a seconda degli usi. Anche le vignette si leggono da destra a sinistra, dall’alto verso il basso.

Fatta questa indispensabile premessa di carattere generale, adesso vorrei entrare nello specifico fornendo un piccolo vocabolario di parole chiavi, che spero si riveli utile ad un lettore che si accosti per la prima volta ai vari generi di manga:

Otaku: parola  legata ad una  subcultura nata  negli anni ’80 in Giappone, indica tutti gli appassionati  in modo ossessivo di manga, anime e videogiochi. Questa parola in Giappone ha assunto sfumature negative indicando persone socialmente isolate mentre in Occidente sta semplicemente ad indicare appassionati  dei manga.

Anime: abbreviazione di animēshon, neologismo  giapponese che sta ad indicare l’animazione e i cartoni animati.

Shōjo: (lett. ragazza) con questo termine ci si riferisce agli anime o manga destinati ad un pubblico femminile, che va dall’infanzia fino all’adolescenza. Di solito sono incentrati su tematiche sentimentali, con ambientazioni europee e situazioni melodrammatiche, i temi sono vasti e possono spaziare dall’horror allo sport.  Alcuni esempi ( e sfido il pubblico femminile a non conoscerli) possono essere: Jenny la tennista , Candy candy, é un po’ di magia per Terry e  Maggie, Sailor moon.

Shōnen: ( lett. ragazzo) sono categorie di manga generalmente destinati ad un pubblico maschile, dall’età scolare fino alla maggiore età.  Gli Shōnen si focalizzano sull’azione e la trama si snoda in una serie di prove (duelli, prove sportive, etc…). Alcuni esempi (altrettanto famosi) possono essere: Hokutono ken, Dragon ball, One piece.

Seinen: anime o manga indirizzati generalmente ad un pubblico che va dalla maggiore età in su, denominati manga maturi, trattano tematiche complesse, particolarmente sviluppate sul piano psicologico, hanno uno stile grafico assai sviluppato. Alcuni esempi : Angel heart , Black lagoon, Devilman.




Hentai: (trad. anormalità o pervertito) indica generalmente anime, manga e videogiochi dal contenuto sessualmente esplicito.

Ecchi : (o etchi), sinonimo di eros, indicano generalmente manga a sfondo erotico ma senza contenuti sessualmente espliciti come gli hentai (della serie aggiungici un po’ di fantasia).

Yahoi: manga orientati verso un pubblico femminile, trattano relazioni fisico-romantiche omosessuali, generalmente tra ragazzi. Il suo corrispondente femminile è Yuri.
Mangaka: indica un artista creatore di fumetti.

Dōjinshi: sono riviste giapponesi pubblicate in proprio, di solito collegate al mondo dei manga e degli anime.

Rosa-chan

P.s: un particolare grazie per quest’articolo va alla mia anto-chan, sempre generosa  e a Wikipedia, fonte indispensabile e il più bel esperimento nel mondo del web.

 

venerdì 3 maggio 2013

Onigiri in a fruits basket


Oggi è mia intenzione parlare di un argomento che mi sta molto a cuore. La pace nel mondo? Ma che! Il cibo! In particolare oggi si parla degli onigiri. Se non siete manga-maniaci né nippofili la parola in questione vi avrà strappato sicuramente un “oni che?”. E’ nella più assoluta normalità. Non preoccupatevi. Suscita le stesse reazioni anche in famiglia nonostante i miei continui tentativi di “nipponizzarla”. Ma andiamo a chiarire l’arcano! L’onigiri è la classica polpetta di riso giapponese avvolta da un’alga per renderne più facile la presa con le mani che avrete visto a più riprese negli anime giapponesi nei cestini del pranzo. Cestini del pranzo da cui sbucano meraviglie di ogni sorta: verdure tagliate a forma di polipetti, omelette a forma di cuore. Da piccola mi sono sempre chiesta (e rimane tutt’ora una domanda senza risposta) questo: “Ma i giapponesi si svegliano alla 4 di mattina per prepararsi il pranzo?” (non che io sia contraria, beninteso. Sono semmai affascinata! L’attenzione allo stomaco prima di tutto!). Di queste polpette di riso di forma triangolare esistono diverse varianti a seconda del condimento. All’interno infatti possono avere un ripieno di fine salmone grigliato, uova di merluzzo, alga kombu, umeboshi (prugne) e possono essere decorati in superficie (ma è facoltativo) da semi di sesamo, fiocchi di sarda o tonno essiccati. Nel passato, soprattutto durante le guerre ,costituivano il pasto base per molti samurai. La facilità nel prepararli, il fatto che fossero facili da portarsi dietro e la salinità del condimento contenuto all’interno che favoriva un principio di conservazione li rendeva ideali in situazioni di continuo spostamento e precarietà come quelle  determinate dalla guerra. Tutt’ora gli onigiri sono molto apprezzati. Esistono negozi appositi specializzati nella  loro preparazione: gli onigiriya


A dimostrazione di quanto gli onigiri siano apprezzati in Giappone vorrei parlarvi di un anime che degli onigiri fa vere e proprie metafore esistenziali. L’anime in questione è fruits basket e nel mio piccolo mi piacerebbe condividere le due storie raccontate in esso  sugli onigiri con voi (se potete, vi consiglio vivamente di guardarvi l’anime). Nel terzo  episodio (intitolato “onigiri in a fruits basket”) la protagonista, che non ha vissuto un’infanzia molto felice, racconta che da piccola lei e i suoi compagni di scuola amavano giocare a “fruits baket”, letteralmente “cesto di frutta”. In questo gioco ogni bambino assumeva  il ruolo di un frutto e iniziava a correre appena si nominava il nome del frutto che gli era stato attribuito. Cosa c’entra con gli onigiri questo? Ebbene c’entra. Perché per escluderla gli altri affibbiavano a lei, invece che un frutto, appunto l’onigiri con il risultato che lei rimaneva sempre seduta da sola  a guardare gli altri divertirsi. “In fondo un onigiri non può stare in un cesto di frutta” afferma Tohru, la protagonista. Chi non si è sentito come un “onigiri in un cesto di frutta” almeno una volta nella vita? Tutti proviamo questa sensazione prima o poi. L’importante è non chiudersi nel proprio “cestino del pranzo” e andare alla ricerca di altri “onigiri” come noi. Perché ce ne sono e anche loro si sentono come noi diversi e incompresi. Aspettano solo che un altro onigiri li trovi.

 Ma passiamo alla seconda storia. Nel settimo episodio Tohru ( sempre lei. E’ in fissa con gli onigiri. Che vi devo dire!) dice che è come se gli esseri umani fossero tanti onigiri, ciascuno con un gusto diverso. Ogni essere umano è triste perché crede di essere una banale polpetta di riso. Non può infatti vedere l’umeboshi che porta attaccato dietro. Per questo spesso è invidioso degli altri onigiri di cui può vedere invece l’umeboshi. Grazie a Dio ci sono gli amici. Loro ci ricordano quando noi non ci crediamo o ce ne dimentichiamo “l’umeboshi” che ci portiamo dentro. Ci aiutano a  capire il  nostro particolare “sapore” quando tra tanti altri “sapori” crediamo di aver smarrito il nostro. Gli amici sono fondamentali nel nostro percorso di crescita e di certo lo sono stati nel mio. Per questo li ringrazio tutti. Arigato. E ora chiudo prima di diventare  eccessivamente sentimentale. Alla prossima lettori onigiri!
                                                                                        
ps: vi lascio con la dolcissima sigla dell'anime fruits basket. Preparate i fazzoletti!



                                                                                                         Anto-chan

lunedì 29 aprile 2013

Il cavaliere dagli occhi a mandorla

Miei poveri lettori, adesso per pareggiare i conti e non concentrarmi sempre sul genere femminile, ho deciso di sottoporre alla vostra attenzione un’altra singolare figura tipicamente giapponese.
Passerò dalla maestra delle arti al destreggiatore di armi, dal kimono all’armatura, dal ventaglio alla katana (la spada giapponese per antonomasia)… avete capito di chi vi parlerò? Del samurai.
Il samurai (dal verbo saburau, lett. “colui che serve”) è (anzi “era” visto che oggi il termine è impiegato per indicare la nobiltà guerriera) un militare, un guerriero fedele al servizio di un signore (il daimyo), in pratica il pari di un vassallo feudale, naturalmente con il suo codice di comportamento che prende il nome di Bushido (lett. “la via del guerriero”).
Le regole del Bushido ci sono state tramandate sotto forma di aforismi (precisamente numerati!) nell’Hagakure, un’opera letteraria di amoto Tsunetomo (che naturalmente ho letto per tentare di essere il più precisa possibile).
 Il Bushido (sinteticamente) consiste in 7 principi:
Gi: Onestà e Giustizia
Yu: Eroico Coraggio
Jin: Compassione
Rei: Gentile Cortesia
Shin: Completa Sincerità
Meiyo: Onore
Chugi: Dovere e Lealtà
Un cavaliere di Artù dagli occhi a mandola! Pronto a morire per il proprio padrone.
“Questo è l’obiettivo, non la vittoria o la fama” recita uno dei punti del Bushido.
Essere un samurai è principalmente una vocazione ma questo non basta! Il  buddismo zen rendeva lo spirito del samurai forte come la sua spada (la katana dove si crede che risieda l’anima del samurai); e per questo si allenava per anni, in quanto le sue tecniche insegnavano ad avere la totale padronanza delle proprie emozioni (dote fondamentale per un samurai sempre di fronte alla morte) e sempre grazie allo zen il samurai imparava la magnanimità verso i deboli, i vinti, si esercitava nello shodo (arte della calligrafia), o semplicemente ritirarsi a bere del tè (il cha no yu).
Un samurai che beve del tè sembra quasi un controsenso ma in realtà la bevanda aiutava a purificare tutti i sensi, compreso “l’organo mentale”, sia prima che dopo una battaglia in quanto nelle arti marziali si vince con la mente.
Tutto ciò non lo porta alla presunzione della sua superiorità anzi “la scoperta della propria insopprimibile imperfezione è la mèta del cammino spirituale” e soprattutto “la capacità di giudizio è una meta del guerriero ma bisogna mettersi in guardia degli eccessi dell’uso di questa facoltà”.
Per queste ragioni, chi si ritiene completo ha voltato le spalle alla Via.
Per completare il quadro e ricollegarmi alla mia insana passione per i sakura, vi rivelerò la connessione esistente tra questi forzuti guerrieri e i delicati fiori.
Il fiore di ciliegio è il simbolo del bushido poiché il samurai possiede le medesime caratteristiche: semplicità, purezza, delicatezza e la disposizione a cadere con naturalezza. Come il fiore può cadere con un semplice colpo di vento così il samurai può essere abbattuto per un colpo di spada.
Infatti vi è il detto "hana wa sakuragi, hito wa bushi" = “ tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero” cioè come il fiore del ciliegio è il migliore tra i fiori, così, il guerriero è il migliore tra gli uomini.

Piera-chan   





martedì 23 aprile 2013

Ukiyo-e: immagini dal mondo fluttuante verso l’arte occidentale

Nell’epoca della restaurazione Meji del 1868, il Giappone si aprì al mondo occidentale, con importazioni ed esportazioni soprattutto da e verso la Germania, paese privilegiato per i commerci con l’Oriente. Tra le varie merci esportate spiccano prodotti di valore  artistico quali le stampe su blocchi di legno della scuola Ukiyo-e, corrente artistica giapponese del periodo Edo  (XVII-XX  sec).                                       
Ukiyo-e letteralmente significa immagini dal mondo fluttuante, ovvero la rappresentazione del mondo che cambia e per la prima volta nell’iconografia dell’arte giapponese si rappresenta la realtà urbana delle grandi città come Edo (l’ attuale Tokyo), fatta di cortigiane (le geishe), lottatori di sumo e attori famosi ritratti mentre recitavano.
Oltre alla vita mondana, questo tipo di corrente iniziò a ritrarre anche i paesaggi e la natura tipica giapponese grazie ad artisti quali Hokusai (nome d’arte che significa "studio della stella polare") e Hiroshige.

Hokusai 

Ritratto di Hiroshige

(1) The great wave

Il primo è famoso per la sua “The great wave” (1),opera  che rappresenta un’onda che travolge la barca di poveri pescatori (simbolo della fragilità umana di fronte alla forza della natura) e per una serie di ritratti del monte Fuji(2).               
(2) Ritratto del monte Fuji
    
                                                                                                                                                           Il secondo è famoso soprattutto per "The Bridge" (3), opera che è stata imitata da Van Gogh per poterne carpire le tecniche di esecuzione. Entrambi, grazie all’importazione delle loro stampe in Occidente, hanno influenzato, oltre al già citato Van Gogh, Monet, Gauguin, Degas e tutta l’Art noveau.
(3) The bridge: confronto tra Van Gogh e Hiroshige
 Rosa-chan